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PER NON DIMENTICARE!

I fatti


15/16 novembre 1942
Da qualche giorno, nel porto di Massaua in Eritrea, era alla fonda il piroscafo
britannico Nova Scotia. La nave, di 6976 tonnellate, costruita per il trasporto
passeggeri, era stata varata nel 1926 e convertita a trasporto truppe nel 1941.
Ora eseguiva la tratta Aden – Sudafrica per il trasporto, oltre che delle truppe
britanniche, anche di prigionieri di guerra, ed aveva già effettuato, a questo
scopo, diversi viaggi al largo delle coste dell’africa sud orientale. In quei giorni
stava imbarcando soldati italiani e tedeschi, rastrellati in Etiopia ed Eritrea,
assieme a prigionieri civili, fra i quali, sembra, anche alcune donne, e diverse
centinaia di soldati sudafricani ed inglesi. Gli italiani, che erano in numero di
769, in massima parte erano reduci degli equipaggi delle navi come
la Colombo, la Mazzini che erano state autoaffondate prima dell’occupazione
della colonia italiana. Gli altri erano civili che venivano deportati, per motivi
diversi, nei campi di concentramento in Sudafrica. In tutto, compreso
l’equipaggio, si contavano circa 1200 persone.
Il 16 novembre la Nova Scotia salpò verso Port Elizabeth nel Sudafrica.

SS. Nova Scotia
28 novembre 1942
La mattina presto di quel giorno la Nova Scotia stava transitando al largo della
costa del Natal, e per sera avrebbe avvistato la città di Durban, dalla quale
distava circa 244 chilometri.. Procedeva prudentemente a zig-zag per il fatto
che era stata segnalata, in quelle acque, la presenza di sommergibili tedeschi.
Ed infatti l’U-Boat 177 tedesco, comandato dal capitano di corvetta Robert
Gysae, avvistandola al proprio periscopio si propose di intercettala,
probabilmente credendola un cargo mercantile, per affondarla.

Capitano di corvetta Robert Gysae

L'U-Boot 177















Il sommergibile lanciò tre siluri alla distanza di 380 metri, due dei quali
andarono a segno. Qualche secondo dopo con boato tremendo sul lato sinistro
della nave si aprì una voragine, sotto il pelo dell’acqua, all’altezza delle
macchine. Erano le 7.07. La tragedia ebbe inizio. Le fiamme dalle stive si
propagarono nei corridoi, nei boccaporti, sui ponti di prua. Le esplosioni si
susseguivano. La gente, terrorizzata, correva impazzita senza meta. Morti e
feriti ovunque. Grida, imprecazioni, ed invocazioni di aiuto si sovrapponevano.
Era il si salvi chi può. La nave con la fiancata squarciata cominciò ad inabissarsi
di prua. Fu dato l’ordine di abbandonare la nave. Furono freneticamente scese
in mare grosse zattere, ferendo ed uccidendo altri disgraziati. Molti riuscirono
così ad allontanarsi dal piroscafo che affondava. Dopo appena sette minuti la
poppa della nave luccicava al sole, fortemente inclinata, inabissandosi di prua,
con altri poveretti che si ammassavano senza speranza sul ponte poppiero,
attendendo la fine. Nel mare reso oleoso dalla nafta fuoriuscita dai serbatoi
della nave, si dibattevano i superstiti, aggrappati a qualsiasi cosa li potesse
sostenere. Ancora pochi secondi ed il piroscafo si inabissò per sempre.

Dalla Domenica del Corriere del 25/11/62
Il comandante tedesco diede l’ordine di emergere e con stupore si accorse della
moltitudine di naufraghi che chiedevano aiuto tra i flutti ed allora colse
l’evidenza di non aver colpito un cargo ma una nave passeggeri. Comprese
anche che molti di loro erano italiani. Riuscì a far salire, sul sommergibile, due
di loro e sentendo, in quel momento, la necessità di giustificarsi per quanto
aveva fatto, ribadì di aver creduto di colpire una nave inglese e non una nave
piena di prigionieri suoi alleati. Immediatamente quindi, contrariamente a
quanto disponevano gli ordini della marina tedesca in quei frangenti, lanciò un
dispaccio radio a Berlino perché invitasse forze navali neutrali presenti in zona
(portoghesi) a soccorrere i naufraghi. Poi diede l’ordine di allontanarsi (l’U-Boat
177 finirà la sua missione il 6 febbraio 1944, colpito da bombe di profondità da
un aero USA; morirono 50 membri dell’equipaggio e 15 furono i sopravvissuti).
Il mare era pieno dei resti del naufragio: casse, travi, derrate alimentari, e
cadaveri tragicamente mutilati dalle esplosioni e dal fuoco. Fra tanta rovina
galleggiavano quattro grandi zatteroni colmi di superstiti e una moltitudine di
uomini immersi nell’oceano, con la testa a pelo d’acqua, aggrappati a qualsiasi
cosa. Tutti erano unti di nafta, che bruciava loro gli occhi, che li induceva al
vomito continuo ed estenuante.
Piano piano il moto ondoso allontanò gli uni dagli altri disseminandoli
nell’immensità dell’oceano. Il mare era tranquillo e la giornata volse a sera
rapidamente. Scesa la notte, improvvisamente il mare si fece grosso
aumentando sempre più i marosi. I naufraghi aggrappati alle loro zattere con la
forza della disperazione, erano violentemente costretti dal moto del mare a
salire e scendere, investiti da onde poderose, che facevano perdere la presa ai

Dalla Domenica del Corriere del 16/12/62
più deboli ed ai più stanchi, mietendo di conseguenza ancora molte altre
vittime. Continuò così per tutta la notte del 28 e per l’intero giorno successivo
senza che alcun soccorso si facesse avanti, facendo scomparire tra i flutti altri
poveretti.
Intanto alla richiesta di aiuto sollecitata dal comandante dell’U-Boat tedesco
rispose il cacciatorpediniere portoghese Alfonso de Albuquerque, al comando
del capitano Josè Augusto Guerriero de Brito.

L'Afonso de Albuquerque
Il capitano si adoperò immediatamente per giungere al più presto sul luogo del
disastro, dando la posizione anche ad una nave da guerra britannica che però
proseguì imperterrita sulla sua rotta.
Il 30 novembre, alle 5, 45 della mattina, finalmente, i naufraghi furono avvistati
e cominciò la frenetica ricerca dei superstiti che si prolungò per tutta la notte.
Riuscirono a far salire sul cacciatorpediniere portoghese 117 italiani e 64 fra
sudafricani ed inglesi. In tutto, quindi, furono 181 i superstiti dei 1200 di
partenza; 651 furono i nostri connazionali spariti nell’oceano. E’ stato stimato
che almeno un quarto dei scomparsi sono stati divorati dagli squali. Il recupero
dei naufraghi evidenziò anche, a dire del capitano portoghese, il fatto che nella
tragedia lo spirito di sopravvivenza fece sì che i naufraghi lottarono fra di loro
per riunirsi sulle zattere secondo la loro nazionalità, che continuò anche una
volta che erano saliti a bordo sani e salvi.

Dalla Domenica del Corriere foto naufraghi-1

Dalla Domenica del Corriere foto naufraghi-2
Domenica del Corriere - Lancia portoghese raccoglie i naufraghi
Il cacciatorpediniere Alfonso de Albuquerque, carico dei superstiti, attraccò nel
porto della città di Lourenco Marquez (ora Maputo) nel Mozambico portoghese
dove il comandante, nonostante le pressioni del comando britannico, tratterrà i
reduci italiani che saranno curati negli ospedali di quella città neutrale, mentre i
soldati inglesi e boeri saranno avviati verso il Sudafrica.
I nostri naufraghi saranno peraltro aiutati in maniera significativa anche dal
locale Vice Consolato d’Italia. Alcuni di loro, avranno così l’aiuto indispensabile
per ottenere il rimpatrio, superando tutte le difficoltà contingenti. Molti altri si
sono integrati nella nuova situazione trovando anche la possibilità di lavorare.
Sulla costa del Natal e precisamente sulle spiagge di Zinkwazi, il mare restituì i
corpi straziati di almeno 120 annegati che pietosamente furono raccolti e posti
in tre fosse comuni del cimitero per prigionieri di guerra in località Hillary di
Porto Durban, Sudafrica. Assieme a loro furono sepolti nello stesso cimitero gli
altri superstiti deceduti successivamente per malattia a Zonderwater, il grande
campo della città o nei campi esterni.

Alcuni superstiti del Nova Scotia in Mozambico
Nel 1982, a cura dei superstiti viventi dell’affondamento della Nova Scotia, che
vivevano ancora nel Mozambico, è stata donata una nuova grande tomba
comune di forma circolare sormontata da una stele con una colonna spezzata,
che riporta una iscrizione in italiano ed inglese che dice: alla memoria dei figli
dell’Italia che sono periti nell’affondamento della SS Nuova Scozia XXVIII-
XIMCMXLII. I superstiti riparati in Mozambico. Nel tempo sono stati riesumati i
resti di altri superstiti della tragedia sepolti in altri luoghi per riunirli nella nuova
tomba comune di Hillary.
Nei primi di novembre di ogni anno, il Consolato D’Italia a Durban, a Hillary,
organizza la celebrazione di una Messa a ricordo di quei caduti affinché non
venga perduta la memoria di questi nostri martiri.

Tomba comune ad Hillary nella città di Durban (Sudafrica)
In Eritrea, inciso sulle lapidi all’interno della chiesa di Santa Rita di Adi Quala si trova l’elenco delle vittime italiane perite nell’affondamento della nave Nova Scotia. Nella sezione "Altre immagini" le foto della Chiesa e delle lapidi.


Veduta aerea della zona Adi Quala dove si trova la Chiesa S. Rita

La targa in memoria all'interno della Chiesa S. Rita
Coordinate esatte dell'affondamento

Da Google Earth



Il Nova Scotia è affondato da
sono passati
Ideatori e curatori del blog: Antonio e Fiorenzo Zampieri, nipoti di Caldiron Luigi Gino, vittima civile sul Nova Scotia.